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Revoluzion! Il nostro primo video ufficiale!

ACCASTORTA FOLK'N'ROLL BAND: REVOLUZION è il singolo estratto dal loro ultimo “diserbante” album

               MA QUI IL GALLO CANTA…A TUTTE LE ORE

 

È il primo e “unico esperimento nel disco” in dialetto veneto, scelto fra i  brani più rappresentativi del lavoro della band, dove si parla appunto di “rivoluzione”, il “sabato e domenica”, poi tutto il resto “vita democratica” …

quale ritornello puo’ spiegare meglio tempi che corrono, dove tutti, ma proprio tutti nel nostro piccolo contribuiamo a tutto ciò 

 

 

Distrazioni di massa, aree commerciali zeppe nei week end, guerra tra i poveri su chi deve o chi ha il diritto di lavorare, libertà a pagamento, compravendita di valori, petizioni sulla privacy, sono solo alcuni fra gli argomenti con i quali conviviamo…

Niente di preoccupante, in questo disco, dove il “gallo” viene preso come esempio in quanto “creatura che gode delle piccole cose”, si vuole porre l’attenzione su cosa alla fine sia veramente importante, al limite “necessario”, per star bene!

Un viaggio attraverso luoghi comuni da sfatare, politiche da bar e concetti come il ritorno all’agricoltura naturale, il tutto condito con ritmiche ormai consolidate nel “folk’n’roll”.

Undici tracce, tra cui una cover di Rino Gaetano, per accompagnare, assieme al gallo che canta, l’umanità fuori dal buio della notte…

Buon ascolto!

 

Intervista con gli amici di Radio Veneto Uno. Tutta da ascoltare

Sabato 2 aprile concerto di presentazione a Meduna di Livenza

MA QUI IL GALLO CANTA A TUTTE LE ORE: IL NUOVO DISCO DEGLI ACCASTORTA

L'intervista al gruppo folk'n roll trevigiano


“Ma qui il gallo canta a tutte le ore…” è il titolo del nuovo disco degli Accastorta, la band folk'n roll del trevigiano composta da Emanuele Dall'Acqua (voce e chitarra), Francesco Serafin (percussioni), Alessandro Caicco (basso) a cui si aggiungono per questo disco le percussioni di Adrian De Pascale, la fisarmonica di Raffaele Marcon e la chitarra di Aldo Betto.
Con Spigoli Vivi, album d'esordio del 2013, erano già emersi i temi di denuncia contro il modus vivendi di oggi, dove detta legge il consumismo. Un discorso ampio, che in questo disco torna per esser declinato in undici pezzi che in particolare parlano della terra come risorsa e compagna di vita, da rispettare e non da sfruttare.

 

Il disco verrà presentato sabato 2 aprile con un concerto all'auditorium di Meduna di Livenza e chi lo acquisterà riceverà un'ulteriore sorpresa, che ci viene rivelata nel corso della chiacchierata con Emanuele e Francesco.

Il Nordest in musica con gli Accastorta

Sabato a Meduna di Livenza presentazione del nuovo disco del trio che parla di agricoltura alternativa, territorio e tipici luoghi comuni


MEDUNA DI LIVENZA – Una band che parla di Nord Est, dei suoi problemi quotidiani e della vita di tutti i giorni in quest’angolo d’Italia.

 

L’ottica è quella degli Accastorta, band formata da tre elementi che presenterà il suo nuovo lavoro discografico sabato 2 aprile alle 21 all’auditorium di Meduna di Livenza.

 

Il disco s’intitola “Ma qui il gallo canta… a tutte le ore”. Si tratta di un album prodotto in collaborazione con Nicolò Gasparini delle Officine Underground di Montebelluna.

 

Undici canzoni, frutto di quasi un anno di lavoro, per un disco ricco di contenuti quali, agricoltura alternativa, territorio, luoghi comuni, nuovi metodi di comunicazione, con l’obiettivo di porre l’attenzione su una presa di coscienza collettiva.

 

Oltre al sound ormai consolidato del trio composto da Emanuele Dall’Acqua voce e chitarra, Alessandro Caicco al basso e Francesco Serafin al kajon, si sono aggiunti la fisarmonica di Raffaele Marcon e le percussioni di Adrian de Pascale.

 

 

 

 

 

 

 

 

Immobile

E' pur sapendo che stare immobile è cosi facile

torni a casa e non sai che cosa fare

se non pensare alla tua vita, fragile e volubile.

Credi sia sempre il momento giusto per cambiare,

il tuo cuore nero di un bronzo di Riace,

rifiuti quella ormai volgare voglia

della ricerca di un mi piace.

Una solitudine sociale, ormai hai mangiato la foglia

ti tieni distante da quella facile ricerca di un'appartenenza.

Un credo, una religione o peggio ancora un fine settimana,

tra amici spesso sconosciuti, cosa vuoi?! Una bicchierata.

Dove affogare il proprio orgoglio, la propria apparente indifferenza.

Incomprensibile pensi ai più, alla fine si fa, intanto, si fa serata.

Il sonno porta consigli, dicono, spesso sogni solo posti perduti

dove l'amore, gli amici, il senso di te fanno parte di un'infinita dissolvenza,

è troppo tardi, ti svegli, ti accorgi che tutto è uguale al giorno prima

e percorri la stessa strada, ad occhi chiusi, tanto ha sempre lo stesso sapore

Mandi giù, con riluttanza.

Sarà la nebbia, sarà solo oggi, sarà che forse sono io

sarà quell'odore, ripeti, non mettere al secondo posto la tua stima!

C'è ancora una possibilità

se veramente vuoi cambiare,

se vuoi tornare a respirare,

devi afferrare dentro di te l'unico dio.

 

 

 

 

 

Masanobu Fukuoka

Masanobu Fukuoka (福岡正信 Fukuoka Masanobu) (2 febbraio 1913 – 16 agosto 2008) è stato un botanico e filosofo giapponese, pioniere della agricoltura naturale o del non fare. Istruitosi come microbiologo in Giappone, ha iniziato la sua carriera come scienziato del suolo, specializzandosi nelle patologie delle piante. A 25 anni cominciò a mettere in dubbio i preconcetti della scienza dell'agricoltura. Quindi, lasciò il suo posto come ricercatore scientifico, tornò nella fattoria della sua famiglia nella isola di Shikoku nel Giappone del sud per coltivare mandarini, iniziando a dedicarsi allo sviluppo di un sistema di agricoltura biologica ed ecocompatibile. L'obiettivo della sua ricerca è stato minimizzare il più possibile gli interventi dell'uomo, che si limita ad accompagnare un processo largamente gestito dalla natura, rifiutando le tecniche agricole tradizionali e moderne.mfukuoka

 

Da un punto di vista filosofico, il metodo di Fukuoka si ispira al concetto del Mu, approssimativamente tradotto con “senza” o anche “nessuno”, il quale è il nucleo dell’insegnamento del Buddhismo Zen. Fukuoka si riferiva, infatti, alle sue pratiche di coltivazione come “agricoltura del Mu”. Per lo Zen l’Universo è in un costante flusso di cambiamento, in cui ogni cosa avviene spontaneamente. Per questo, si ritiene che il miglior modo di agire sia "senza” agire, lasciando libero il campo a quel "meccanismo di autoregolazione che può manifestarsi soltanto se non gli si fa violenza", come si può ben notare in particolare nell'agricoltura, la quale obbedisce a orologi interni ed esterni, atmosferici, e il cui vero motore è la Natura.

Nell'essenza, il metodo di Fukuoka tenta di riprodurre quanto più fedelmente le condizioni naturali. Il terreno non viene arato e la germinazione avviene direttamente in superficie, dopo aver mescolato i semi, se necessario, con argilla e fertilizzante (questo consente di ridurre il numero di semi necessari). Nel terreno intatto, dove idealmente sono state fatte crescere piante poco invadenti che fissano l'azoto (es. trifoglio), che trattengono il terreno e impediscono lo sviluppo di infestanti, viene coltivata simultaneamente la coltivazione voluta. Animali antagonisti vengono introdotti per combattere infestazioni (ad esempio carpe, insettivoro nelle coltivazioni di riso, o anatre per combattere le lumache). Al terreno deve essere restituito quanto più possibile di ciò che ha prodotto, quindi l'agricoltore deve cogliere esclusivamente i frutti e lasciare sul campo tutti gli scarti e le rimanenze della coltivazione, che fungeranno da pacciamatura. Il terreno rimane sempre coperto, riducendo così l'impoverimento per erosione superficiale, e la parte aerea delle piante annuali, dopo il raccolto, deve essere utilizzata per una pacciamatura. Anche la mancanza di aratura, o comunque di aerazione artificiale del terreno, riduce la necessità di concimazione, in quanto i batteri che fissano l'azoto nel terreno sono anaerobi.

Il suo metodo di coltivazione, che si realizza essenzialmente su piccola scala, è particolarmente adatto a piccoli possedimenti, avvalendosi più dell'attenzione al dettaglio che del ricorso al lavoro intenso, richiedendo comunque esperienza e una notevole abilità. Il tempo totale di lavoro viene notevolmente ridotto, fino all'80% rispetto ad altri metodi. È stato fatto molto per adattare il suo metodo alle condizioni europee, e tra i contributi, va ricordato quello del coltivatore francese Marc Bonfils e della coltivatrice spagnola Emilia Hazelip, da cui nasce l'Agricoltura Sinergica.

Secondo le affermazioni dello stesso Fukuoka, il suo metodo di coltivazione ha prodotto in Giappone rendite per ettaro simili a quelle medie ottenute con tecniche che si avvalgono della chimica.

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Genuino Clandestino

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Genuino Clandestino nasce nel 2010 come una campagna di comunicazione per denunciare un insieme di norme ingiuste che, equiparando i cibi contadini trasformati a quelli delle grandi industrie alimentari, li ha resi fuorilegge. Per questo rivendica fin dalle sue origini la libera trasformazione dei cibi contadini, restituendo un diritto espropriato dal sistema neoliberista.

Ora questa campagna si è trasformata in una rete dalle maglie mobili di comunità in divenire che, oltre alle sue iniziali rivendicazioni, propone alternative concrete al sistema capitalista vigente attraverso diverse azioni:

  • Costruire comunità territoriali che praticano una democrazia assembleare e che definiscono le proprie regole attraverso scelte partecipate e condivise, i sistemi di garanzia partecipata sono lo strumento fondamentale per tessere relazioni fra città e campagna e sperimentare reti economiche alternative;
  • Sostenere e diffondere le agricolture contadine che tutelano la salute della terra, dell’ambiente e degli esseri viventi, a partire dall’esclusione di fertilizzanti, pesticidi di sintesi, diserbanti e organismi geneticamente modificati; che riducono al minimo l’emissione di gas serra, lo spreco d’acqua e la produzione di rifiuti, e che eliminano lo sfruttamento della manodopera;
  • Praticare, all’interno dei circuiti di economia locale, la trasparenza nella realizzazione e nella distribuzione del cibo attraverso l’autocontrollo partecipato, che svincoli i contadini dall’agribusiness e dai sistemi ufficiali di certificazione, e che renda localmente visibili le loro responsabilità ambientali e di costruzione del prezzo;
  • sostenere attraverso pratiche politiche (come i mercatini di vendita diretta ed i gruppi di acquisto) il principio di autodeterminazione alimentare ovvero il diritto ad un cibo genuino, economicamente accessibile e che provenga dalle terre che ci ospitano;
  • salvaguardare il patrimonio agro alimentare arrestando il processo di estinzione della biodiversità e di appiattimento monoculturale;
  • sostenere percorsi pratici di “accesso alla terra” che rivendichino la terra “bene comune” come diritto a coltivare e produrre cibo;  sostenere esperienze di ritorno alla terra come scelta di vita e strumento di azione politica;
  • sostenere e diffondere scelte e pratiche cittadine di resistenza al sistema dominante;
  • costruire un’alleanza fra movimenti urbani, singoli cittadini e movimenti rurali, che sappia riconnettere città e campagna superando le categorie di produttore e consumatore. Un’alleanza finalizzata a riconvertire l’uso degli spazi urbani e rurali sulla base di pratiche quali l’autorganizzazione, la solidarietà, la cooperazione e la cura del territorio;
  • sostenere le comunità locali in lotta contro la distruzione del loro ambiente di vita.

Genuino Clandestino è un movimento con un’identità volutamente indefinita. Al suo interno convivono singoli e comunità in costruzione, è aperto a tutt*, diffida di gerarchie e portavoce e non richiede nessun permesso di soggiorno o diritto di cittadinanza; è fiero di essere Clandestino e porterà avanti le sue lotte e la sua esistenza con o senza il consenso della Legge.

Chiunque si riconosca nei principi di questo manifesto potrà divulgare e usare lo stesso per rivendicare le proprie azioni.

Genuino Clandestino è un movimento antirazzista, antifascista e antisessista

Basta

Nè ho piene le palle, scusate il francesismo, delle amicizie da bancone di un bar, che ti lasciano solo tanti bicchieri vuoti, sono stanco dell'indifferenza difronte alla sofferenza anche e non solo se riguarda persone a noi care, sono stanco di tante dita puntate a giudicare e di così poche impronte lasciate su specchi troppo puliti. Sono stanco del "in vino veritas", come del "nessuno sapeva" "nessuno lo avrebbe mai immaginato", "siamo arrivati troppo tardi", delle mancate prese di posizione, di processi e funerali che dovrebbero essere sempre evitati. Ci vorrebbe il Kamasutra al posto di una Bibbia, una sana lezione sul prendere una posizione, sulla molteplice varietà delle posizioni possibili da prendere.

Non posso più guardare alla realtà che mi circonda attraverso le mezze misure, ho bisogno di misurare, di pesare le "cose" attraverso metri interi, attraverso il mio grado di giudizio. Non posso condividere il dolore per un cane abbandonato e nello stesso momento appoggiare ideologie vecchie cent'anni basate sulla violenza, il pedrominio, la mancanza di confronto. Per una semplice ragione, che se non conosco e provo a capire che la sofferenza di un cane, di un "diverso", un emarginato, un disperato, un handicapato, di una donna violentata, cioè sulla quale è stata fatta violenza, di qualsiasi genere, ci riguarda anche se non ne siamo direttamente coinvolti, se non comprendo che tutto questo è assolutamente legato e indiscindibile da noi, che noi tutti siamo in potenza malati, drogati, alienati, violentati, diseredati, come posso lamentarmi, come posso pretendere un cambiamento se prima non respiro e desidero dentro di me questo stesso cambiamento.

Tutto questo costa molto, è un processo faticoso e senza fine, ma quanto costa subire, dietro il vendere la propria dignità, le proprie speranze, il proprio futuro, non esiste nessun tipo di guadagno, è una speculazione al ribasso, una frode senza alcun profitto, un illecito verso il nostro essere. E' come regalare, l'anima al diavolo. E tutto questo non deriva da un ritrovato senso religioso, ma da una maggiore consapevolezza che per ogni verità ne esistono molte altre, che siamo destinati a scomparire se non evolviamo, che l'appartenere è assolutamente secondario all'essere.

Tutti quanti indossiamo una maschera, tutti per poter entrare in un locale, dove dobbiamo mangiare, bere, ascoltare, ballare quello che ci propongono, un party fatto di pubblicità, messaggi, prodotti, immagini, consumi, etichette, veleni ingurgitati. Ci indignamo davanti a malattie e morte generate dalle stesse nostre scelte, pazzi suicidi passiamo la vita con una rivoltella alla tempia, un unico colpo in canna, a premere ogni giorno quello stesso grilletto.

Credo sia necessario iniziare a pensare che sia facile fare scelte difficili, andare contro corrente, levare, cambiare, cadere, riprovare, fondamentalmente non smettere di cercare, credere incontrovertibilmente nel proprio essere, cercando di raggiungere la consapevolezza che dobbiamo unicamente tutto a noi stessi, da noi stessi, inteso in una concezione diametralmente opposta all'egoismo o all'egocentrismo, perchè in ogni io c'è un noi.

 

Piove sul bagnato

Nonostante il sereno non abbia ancora fatto capolino in questi giorni di febbraio, di un inverno insolitamente mite, nonostante siano passati solo pochi giorni dall'allarme alluvione ed i campi siano ancora rigonfi delle incessanti piogge "della merla", tutto ciò non fa più notizia. Come accade ripetutamente in questo paese, ad ogni emergenza, tempestivo come l'intervento della protezione civile, scattano le affermazioni degne della peggior sceneggiatura, di alte cariche dello Stato, dalla loro distanza abissale, che tentano consapevolmente invano di rassicurare le popolazioni coinvolte, di promettere piani ed interventi d'urgenza, di promettere vicinanza, risarcimenti rapidi ed azioni di prevenzione. 

Dopo il danno anche la beffa. Da cosa deriva, secondo loro, il fatto che oltre il 44% degli aventi diritto non si reca a votare, da cosa deriva, secondo loro, l'enorme sfiducia, empatica nel nostro Paese, verso le istituzioni, la Giustizia, l'amministrazione Pubblica?

Mi ricordo molto bene quei giorni del 1996, avevo quasi 14 anni, era il 4 novembre, esattamente 30 anni pralluvioneima, il Veneto, l'Italia fu sconvolta da alluvioni, morte e distruzione. A Motta di Livenza, per quel triste anniversario, sopra La Loggia era stata allestita una mostra fotografica, dove acquistai un libro, con racconti, testimonianze e molte fotografie che illustravano la spaventosa piena "della Livenza", la rottura degli argini e i conseguenti 3 metri e mezzo di acqua che confluireno nell'abitato di Motta, trovando gli abitanti impreparati ed alla fine increduli di fronte alla tragedia che lentamente, dalla frazione vicina di San Giovanni, penetrava le strade, salendo fino a lambire i pavimenti dei primi piani, i tetti delle case situate nelle zone più basse, portando fango, rifiuti, animali vivi e morti, nafta, silenzio e buio.

Ho sempre ritenuto delle incredibili "inesattezze",per usare un eufemismo, le affermazioni sull'eccezionalità di questi fenomeni, intendo le intense precipitazioni che colpiscono per giorni rovesciando in poco tempo enormi quantità di acqua, associate spesso a vento di scirocco, alta marea e difficoltà da parte dei fiumi di riversare alla foce l'enorme piena proveniente da monte. denominate recentemente dall'idiozia giornalistica "bombe d'acqua". Le ritengo per prima cosa quasi un'affermazione di impotenza da parte degli organi responsabili, di fronte a camalità apparentemente prive di colpe legate all'attività dell'uomo, giustificando per altro un continuo ricorrere all'emergenza, per poi evitare tutti quei processi destinati ad opere di intervento che prevengano i fattori di rischio. In secondo luogo, questi fenomeni atmosferici accadono ciclicamente da sempre, anche quel novembre del 1996, dalle finestra della sala della mostra, la piazza centrale del paese, il cielo rigonfio di pioggia e la Livenza, il cui livello di piena già destava preoccupazione. Semplicemente si sono intensificati e colpiscono in periodi "insoliti" e con maggior frequenza a causa del cambiamento climatico, processo causato dall'attività dell'uomo, dall'inquinamento da essa generato, dagli stessi fattori che in America determinano per gli uragani un'intensificazione nel numero e nella velocità dei venti che gli attraversano, che ne provocano un cambiamento del periodo in cui colpiscono e un estendersi delle zone che riescono a raggiungere. Ma se l'attività umana da una parte sta incontrovertibilmente causando forti squilibri climatici, dall'altra ha messo in ginocchio il territorio, con l'urbanizzazione selvaggia, alimentata dalla crescita industriale, dall'abbandono assieme alle campagne, anche del buon senso e di quegli insegnamenti tanto preziosi delle generazioni passate, che della terra ne conoscevano la fatica ed il sapore, del fiume ne rispettavano il corso ed il carico prezioso che esso trasportava, dei vasi comunicanti nè applicavano sapientemente ogni principio senza esser "studiadi". Dell'esperienza facevano buon tesoro, perchè allora, come oggi anche se ce ne siamo dimenticati, significava sopravvivenza.

Mi riferisco alla selvaggia corsa al cemento, basata su previsioni di crescita demografica rivelatasi enormemente falsate, dalla frenetica corsa al mattone, considerato investimento sicuro, la casa, la villa, el capannon coa villa in parte, gli appalti, le regioni, qualcun altro che più in basso scoprirete, chi o cosa sono anni che i governatori dichiarano da una parte, ma alimentano dall'altra la distruzione di un territorio, l'inquinamento di una pianura, che per le caratteristiche di altitudine, latitudine, posizione, fatica a smaltire il carico di inquinanti che riversiamo costantemente nell'atmosfera.

Mi riferisco all'idiozia dei fantasiosi piani regolatori, che trasformano zone agricole in edificabili, in una regione dall'enorme rischio idrogeologico, interi quartieri costruiti sotto il livello del fiume che scorre a pochi metri, case, palazzi, ville con i fantomatici garage sotterranei – "per risparmiar sul cubaggio" – i diséa – "par sparagnar schei" – da una parte e comprar mocio, mastea e autoclavi da chealtra, riparar caldaie e impianti elettrici. Vi siete mai chiesti perchè esistono tante via Palù? Le nostre campagne erano tappezzate da immensi territori paludosi, concentrati ovviamente dove il territorio si avvicinava al mare. Pensate alle zone ad est del centro abitato di Motta di Livenza, oltre il fiume verso Annone Veneto, Portogruaro (il nome vi dice niente?), Concordia, poi verso il mare era una vasta distesa pianeggiante, un terriotiro paludoso, che accoglieva le acque di piena dei fiumi che un tempo non avevano argini. Distese di km allagate da mezzo metro d'acqua. Sono ancora visibili, testimoni di quei tempi, accanto alle porte degli edifici più antichi dell'abitato di Motta, le feritoie che servivano per le agganciare le assi di legno, un modo per difendersi dalle acque che non raggiungevano mai altezze preoccupanti, una situazione con la quale in un certo senso si conviveva. L'innalzamento degli argini, la costruzione di canali, il lungo periodo senza allagamenti, la bonifiica di quelle naturali casse di espansione, la costruzione di paesi, città, fabbriche, la nascita del distretto industriale. 

Una manciata di anni, hanno tracciato un destino inevitabile, l'acqua ritrova prima o poi il suo spazio, il corso millenario dei fiumi, anche se modificato, anche a distanza di secoli, se incontra le giuste condizioni, ripercorre il suo antico percorso, con rabbia e violenza si riprende ciò che gli è stato tolto, incurante di cosa incontra nel suo cammino. L'incuranza ed il mancato rispetto, la superbia dell'uomo, la grave colpa di mettere davanti al buon senso, alla ragione, alla stessa nostra sopravvivenza il profitto, il denaro, la speculazione finalizzata al frivolo guadagno presente. Tutto e subito a qualsiasi costo. Altro che "paroni a casa nostra", non è mica casa nostra, siamo solo ospiti che sporcano.

 

Il cemento del Veneto e l’offesa al territorio

di Gian Antonio Stella   02 Dicembre 2013
 

 


[…] Perfino i sindaci leghisti: perfino loro sono saltati su contro il nuovo«Piano Casa» della «loro» Regione Veneto. Che razza di federalismo è se toglie ai sindaci la possibilità di opporsi a eventuali nefandezze e consente a chi vuole non solo di aumentare liberamente la cubatura in deroga ai piani regolatori ma anche di trasferirla, udite udite, in un raggio di 200 metri? Che la crisi pesi sul mattone, per carità, è ovvio. Ma può essere il «vecchio» cemento la soluzione? Per cominciare, un dossier dell’urbanista Tiziano Tempesta dimostra che l’edilizia occupa ancora oggi (dati 2011) l’8,2% degli occupati veneti e cioè un puntoe mezzo più che nell’«Età dell’Oro» degli anni Novanta. Non basta: già oggi il 59,6% dei veneti vivono in ville o villini uni o plurifamiliari contro una media italiana 16 punti più bassa: 42,9%. E abitano per il 64,9% (dati Istat) in case sottoutilizzate: gli altri italiani stanno dieci punti sotto. Di più, dopo la Lombardia il Veneto è la regione più cementificata con l’11,3% del territorio urbanizzato: il triplo della media europea, pari al 4,3%.

Non basta ancora. Quella di Zaia è la prima regione turistica nostrana. E anche nel 2012 ha registrato 15.818.525 arrivi per un totale di 62.351.657 presenze, per quasi il 65% di stranieri. Di fatto, ogni sei pernottamenti in Italia, uno è nel Veneto. Dove i soli stranieri hanno speso l’anno scorso 5 miliardi di euro. Più che in tutto il Sud messo insieme. Vale la pena di mettere a rischio questo patrimonio aggiungendo mattoni, mattoni, mattoni?

No, rispose qualche anno fa l’allora governatore berlusconiano Giancarlo Galan: «Basta col cemento». No, aveva ripetuto un anno fa Luca Zaia: «Nel Veneto si è costruito troppo, non possiamo continuare così. È necessario fermarci. Questo vale per i capannoni industriali, ma a maggior ragione per le abitazioni. È assurdo continuare ad approvare nuove lottizzazioni quando esistono già abbastanza case per tutti».

Zaia ci mette la firma. Ok a Veneto City, centro commerciale da 715mila metri quadrati 

di Ferruccio Sansa (30 dicembre 2011)

E' proprio questo a cui mi riferivo. Una costante presa per il culo. Sapete cos'è Veneto City? Ce lo racconta OpzioneZero, ex rete NO-AR (No Autostrada Romea), un comitato nato per opporsi alla costruzione della Romea Commerciale, che si occupa di molti altri problemi legati alla costruzione selvaggia senza le dovute e corrette valutazioni in ambito di ambiente, clima, territorio, dissesto idrogeologio. Dove sapere infatti che

In materia di Valutazione di Impatto Ambientale, Opzione Zero è l’alternativa che prevede la non realizzazione dell’opera; quell’alternativa che nell’affrontare il problema costringe a ribaltare completamente la prospettiva della “crescita infinita”. Curiosamente, e nonostante la normativa ambientale lo preveda espressamente, l’opzione zero non viene mai presa in considerazione e qualsiasi nuova opera risulta assurdamente “migliorativa” dal punto di vista ambientale. E forse non potrebbe essere diversamente visto che il concetto di “non fare”, di “non costruire” equivale a una bestemmia in un sistema economico i cui unici parametri di riferimento sono diventati il Prodotto Interno Lordo o lo Spread. Invece la leggittima possibilità di non fare un’opera alle volte può significare lo spostamento di risorse economiche decisive per risolvere problemi ben più urgenti e importanti come il dissesto idrogeologico, la bonifica di siti inquinati, la manutenzione del territorio e del patrimonio esistente… ma anche il funzionamento di servizi pubblici essenziali per la vita delle persone come la sanità, i trasporti pubblici, la scuola.

OpzioneZero, descrive in poche parole l'ennesimo scempio:

Operazioni come Veneto City partono da lontano. Gli speculatori immobiliari, ancor prima della progettazione del Passante, avevano già acquisito molti terreni agricoli a prezzi vantaggiosi in seguito convertiti dai Comuni ad altra destinazione d’uso. In questo modo ingenti somme sono state investite in un affare che non poteva non andare a buon fine perché garantito dagli amministratori degli Enti locali con i quali l’operazione è stata
concordata.
Chi, in tutti questi mesi e anni, dal governatore Giancarlo Galan ai sindaci di Dolo, Pianiga e Mirano, passando dall'ex presidente della Provincia Davide Zoggia per finire alla giunta Zaccariotto, ha pubblicamente e ripetutamente garantito che su Veneto City “non esiste alcun progetto preciso”, e Il Terzo Veneto e le New City che “tutto verrà deciso esclusivamente in base al bene e alle esigenze della collettività”, ha, parallelamente, sollecitato la buona riuscita dell'operazione

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I numeri di Veneto City
– 1,6 milioni mq di superficie interessata
– 1,29 milioni mq di superficie di intervento
– nuova stazione FS
– nuovo casello autostradale a Albarea
– nuova viabilità di accesso
– collegamento alla Romea Commerciale
– collegamento alla Camionabile
– collegamento alla tangenziale BS-PD
– collegamento alla bretella TAV per Vigonza
– almeno 70.000 veicoli in più al giorno
– valore dell’opera di circa 2 miliardi di euro

Sulla carta, gli oltre 2 milioni di metri cubi di cemento e vetro potrebbero diventare qualsiasi cosa, le ipotesi avanzate includono, sede degli uffici regionali, un ospedale unico, il polo universitario, polo fieristico, centro ricerche. Di fatto Veneto City è una eorme operazione immobiliare che cancellerà decine di ettari di campagna veneta con la costruzione di un'intera città commerciale di cui, però, nessuno ha ancora chiari i contenuti. L'importante, sembra, è iniziare a costruire. Un altro “non-luogo” che stravolgerà definitivamente l’identità dei nostri paesi inglobandoli in una grande e informe periferia.

venetocityTutta la nuova pianificazione tra Mestre e Padova—al centro VC

 

Consumo di suolo: una spirale perversa

Veneto City è un ottimo esempio per spiegare come si innesca la spirale perversa del consumo di suolo:

Fase 1: si costruiscono nuove arterie autostradali (es. il Passante) che inglobano territori agricoli;

Fase 2: società immobiliari e latifondisti acquistano i terreni attraversati dalla nuova infrastruttura a prezzi molto bassi (es. Veneto City spa);

Fase 3: i terreni da agricoli diventano edificabili con varianti urbanistiche o accordi di programma; in questo modo il loro valore si moltiplica improvvisamente di decine di volte;

Fase 4: vengono costruiti nuovi centri commerciali, direzionali, produttivi (es. Veneto City);

Fase 5: i nuovi insediamenti attraggono nuovo traffico e come soluzione vengono realizzate altre strade che attraversano altre zone agricole (es Romea Commerciale) e via di nuovo.

Insomma, da qualsiasi parte la si guardi, il rischio idrogeologico in cui versa tutto lo stivale e nel particolare il Veneto, è frutto dell'irresponsabilità e della resonsabilità di ogniuno di noi. Una responsabilità a 360 gradi. Dalle villette col garage sotteraneo, alle coltivazioni intensive, ettari di campi spianati, con sistemi che non permettono il naturale assorbimento dell'acqua piovana da parte del terreno, ma al contrario dotati di sistemi di scolo che accelerano enormemente il flusso dell'acqua verso i canali ed i fiumi, con i livelli di questi che dopo una notte di pioggia già fanno paura. Le infrastrutture, dagli invasi che a monte dovrebbero laminare le ondate di piena a valle, dai bacini o casse di espansione che dovrebbero naturalmente sgonfiare il carico di piena che gli argini devono sopportare, la gestione dei letti e degli alvei dei corsi d'acqua, la loro pulizia e bonifica. L'infiltrazione delle cosche mafiose all'interno di appalti e progetti, coadiuvate da imprese locali. Malagestione del territorio. Sono tutti aspetti che caratterizzano non solo il problema del dissesto idrogeologico, ma molti altri aspetti di un territorio divenuto forse troppo in fretta ricco, in termini puramente economici. Diventa pertanto fondamentale l'impegno di tutti affinché la tutela del territorio diventi una priorità, se vogliamo ancora sperare per il futuro.

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