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MA QUI IL GALLO CANTA…A TUTTE LE ORE, il nostro ultimo “diserbante” album disponibile su tutti i portali digitali!!!

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Accastorta Folk’n’Roll Band, è  uscito online il “nuovo disco”
Con la musica, le parole e l’energia del “folk’n’roll”, gli Accastorta, presentano il loro ultimo, coloratissimo “diserbante”, album “MA QUI IL GALLO CANTA…A TUTTE LE ORE” prodotto in collaborazione con Nicolò Gasparini Officine Underground di Montebelluna.
Undici canzoni frutto di quasi un anno di lavoro dove, oltre al sound ormai consolidato del trio composto da Emanuele Dall’Acqua voce e chitarra, Alessandro Caicco al basso e Francesco Serafin al kajon, si sono aggiunti Raffaele Marcon con la sua fisarmonica e Adrian de Pascale alle percussioni.
Luoghi comuni, territorio, ma soprattutto fiduciose e serene prospettive mescolate alle energiche ballate sono il tema del disco, ricco di contenuti quali agricoltura alternativa, nuovi metodi di comunicazione e l’obiettivo di porre l’attenzione su una presa di coscienza collettiva.


Da oggi disponibile su tutti i portali digitali


Buon ascolto!

 

Accastorta Folk’n’Roll Band 


 

 

Genuino Clandestino

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Genuino Clandestino nasce nel 2010 come una campagna di comunicazione per denunciare un insieme di norme ingiuste che, equiparando i cibi contadini trasformati a quelli delle grandi industrie alimentari, li ha resi fuorilegge. Per questo rivendica fin dalle sue origini la libera trasformazione dei cibi contadini, restituendo un diritto espropriato dal sistema neoliberista.

Ora questa campagna si è trasformata in una rete dalle maglie mobili di comunità in divenire che, oltre alle sue iniziali rivendicazioni, propone alternative concrete al sistema capitalista vigente attraverso diverse azioni:

  • Costruire comunità territoriali che praticano una democrazia assembleare e che definiscono le proprie regole attraverso scelte partecipate e condivise, i sistemi di garanzia partecipata sono lo strumento fondamentale per tessere relazioni fra città e campagna e sperimentare reti economiche alternative;
  • Sostenere e diffondere le agricolture contadine che tutelano la salute della terra, dell’ambiente e degli esseri viventi, a partire dall’esclusione di fertilizzanti, pesticidi di sintesi, diserbanti e organismi geneticamente modificati; che riducono al minimo l’emissione di gas serra, lo spreco d’acqua e la produzione di rifiuti, e che eliminano lo sfruttamento della manodopera;
  • Praticare, all’interno dei circuiti di economia locale, la trasparenza nella realizzazione e nella distribuzione del cibo attraverso l’autocontrollo partecipato, che svincoli i contadini dall’agribusiness e dai sistemi ufficiali di certificazione, e che renda localmente visibili le loro responsabilità ambientali e di costruzione del prezzo;
  • sostenere attraverso pratiche politiche (come i mercatini di vendita diretta ed i gruppi di acquisto) il principio di autodeterminazione alimentare ovvero il diritto ad un cibo genuino, economicamente accessibile e che provenga dalle terre che ci ospitano;
  • salvaguardare il patrimonio agro alimentare arrestando il processo di estinzione della biodiversità e di appiattimento monoculturale;
  • sostenere percorsi pratici di “accesso alla terra” che rivendichino la terra “bene comune” come diritto a coltivare e produrre cibo;  sostenere esperienze di ritorno alla terra come scelta di vita e strumento di azione politica;
  • sostenere e diffondere scelte e pratiche cittadine di resistenza al sistema dominante;
  • costruire un’alleanza fra movimenti urbani, singoli cittadini e movimenti rurali, che sappia riconnettere città e campagna superando le categorie di produttore e consumatore. Un’alleanza finalizzata a riconvertire l’uso degli spazi urbani e rurali sulla base di pratiche quali l’autorganizzazione, la solidarietà, la cooperazione e la cura del territorio;
  • sostenere le comunità locali in lotta contro la distruzione del loro ambiente di vita.

Genuino Clandestino è un movimento con un’identità volutamente indefinita. Al suo interno convivono singoli e comunità in costruzione, è aperto a tutt*, diffida di gerarchie e portavoce e non richiede nessun permesso di soggiorno o diritto di cittadinanza; è fiero di essere Clandestino e porterà avanti le sue lotte e la sua esistenza con o senza il consenso della Legge.

Chiunque si riconosca nei principi di questo manifesto potrà divulgare e usare lo stesso per rivendicare le proprie azioni.

Genuino Clandestino è un movimento antirazzista, antifascista e antisessista

Piove sul bagnato

Nonostante il sereno non abbia ancora fatto capolino in questi giorni di febbraio, di un inverno insolitamente mite, nonostante siano passati solo pochi giorni dall'allarme alluvione ed i campi siano ancora rigonfi delle incessanti piogge "della merla", tutto ciò non fa più notizia. Come accade ripetutamente in questo paese, ad ogni emergenza, tempestivo come l'intervento della protezione civile, scattano le affermazioni degne della peggior sceneggiatura, di alte cariche dello Stato, dalla loro distanza abissale, che tentano consapevolmente invano di rassicurare le popolazioni coinvolte, di promettere piani ed interventi d'urgenza, di promettere vicinanza, risarcimenti rapidi ed azioni di prevenzione. 

Dopo il danno anche la beffa. Da cosa deriva, secondo loro, il fatto che oltre il 44% degli aventi diritto non si reca a votare, da cosa deriva, secondo loro, l'enorme sfiducia, empatica nel nostro Paese, verso le istituzioni, la Giustizia, l'amministrazione Pubblica?

Mi ricordo molto bene quei giorni del 1996, avevo quasi 14 anni, era il 4 novembre, esattamente 30 anni pralluvioneima, il Veneto, l'Italia fu sconvolta da alluvioni, morte e distruzione. A Motta di Livenza, per quel triste anniversario, sopra La Loggia era stata allestita una mostra fotografica, dove acquistai un libro, con racconti, testimonianze e molte fotografie che illustravano la spaventosa piena "della Livenza", la rottura degli argini e i conseguenti 3 metri e mezzo di acqua che confluireno nell'abitato di Motta, trovando gli abitanti impreparati ed alla fine increduli di fronte alla tragedia che lentamente, dalla frazione vicina di San Giovanni, penetrava le strade, salendo fino a lambire i pavimenti dei primi piani, i tetti delle case situate nelle zone più basse, portando fango, rifiuti, animali vivi e morti, nafta, silenzio e buio.

Ho sempre ritenuto delle incredibili "inesattezze",per usare un eufemismo, le affermazioni sull'eccezionalità di questi fenomeni, intendo le intense precipitazioni che colpiscono per giorni rovesciando in poco tempo enormi quantità di acqua, associate spesso a vento di scirocco, alta marea e difficoltà da parte dei fiumi di riversare alla foce l'enorme piena proveniente da monte. denominate recentemente dall'idiozia giornalistica "bombe d'acqua". Le ritengo per prima cosa quasi un'affermazione di impotenza da parte degli organi responsabili, di fronte a camalità apparentemente prive di colpe legate all'attività dell'uomo, giustificando per altro un continuo ricorrere all'emergenza, per poi evitare tutti quei processi destinati ad opere di intervento che prevengano i fattori di rischio. In secondo luogo, questi fenomeni atmosferici accadono ciclicamente da sempre, anche quel novembre del 1996, dalle finestra della sala della mostra, la piazza centrale del paese, il cielo rigonfio di pioggia e la Livenza, il cui livello di piena già destava preoccupazione. Semplicemente si sono intensificati e colpiscono in periodi "insoliti" e con maggior frequenza a causa del cambiamento climatico, processo causato dall'attività dell'uomo, dall'inquinamento da essa generato, dagli stessi fattori che in America determinano per gli uragani un'intensificazione nel numero e nella velocità dei venti che gli attraversano, che ne provocano un cambiamento del periodo in cui colpiscono e un estendersi delle zone che riescono a raggiungere. Ma se l'attività umana da una parte sta incontrovertibilmente causando forti squilibri climatici, dall'altra ha messo in ginocchio il territorio, con l'urbanizzazione selvaggia, alimentata dalla crescita industriale, dall'abbandono assieme alle campagne, anche del buon senso e di quegli insegnamenti tanto preziosi delle generazioni passate, che della terra ne conoscevano la fatica ed il sapore, del fiume ne rispettavano il corso ed il carico prezioso che esso trasportava, dei vasi comunicanti nè applicavano sapientemente ogni principio senza esser "studiadi". Dell'esperienza facevano buon tesoro, perchè allora, come oggi anche se ce ne siamo dimenticati, significava sopravvivenza.

Mi riferisco alla selvaggia corsa al cemento, basata su previsioni di crescita demografica rivelatasi enormemente falsate, dalla frenetica corsa al mattone, considerato investimento sicuro, la casa, la villa, el capannon coa villa in parte, gli appalti, le regioni, qualcun altro che più in basso scoprirete, chi o cosa sono anni che i governatori dichiarano da una parte, ma alimentano dall'altra la distruzione di un territorio, l'inquinamento di una pianura, che per le caratteristiche di altitudine, latitudine, posizione, fatica a smaltire il carico di inquinanti che riversiamo costantemente nell'atmosfera.

Mi riferisco all'idiozia dei fantasiosi piani regolatori, che trasformano zone agricole in edificabili, in una regione dall'enorme rischio idrogeologico, interi quartieri costruiti sotto il livello del fiume che scorre a pochi metri, case, palazzi, ville con i fantomatici garage sotterranei – "per risparmiar sul cubaggio" – i diséa – "par sparagnar schei" – da una parte e comprar mocio, mastea e autoclavi da chealtra, riparar caldaie e impianti elettrici. Vi siete mai chiesti perchè esistono tante via Palù? Le nostre campagne erano tappezzate da immensi territori paludosi, concentrati ovviamente dove il territorio si avvicinava al mare. Pensate alle zone ad est del centro abitato di Motta di Livenza, oltre il fiume verso Annone Veneto, Portogruaro (il nome vi dice niente?), Concordia, poi verso il mare era una vasta distesa pianeggiante, un terriotiro paludoso, che accoglieva le acque di piena dei fiumi che un tempo non avevano argini. Distese di km allagate da mezzo metro d'acqua. Sono ancora visibili, testimoni di quei tempi, accanto alle porte degli edifici più antichi dell'abitato di Motta, le feritoie che servivano per le agganciare le assi di legno, un modo per difendersi dalle acque che non raggiungevano mai altezze preoccupanti, una situazione con la quale in un certo senso si conviveva. L'innalzamento degli argini, la costruzione di canali, il lungo periodo senza allagamenti, la bonifiica di quelle naturali casse di espansione, la costruzione di paesi, città, fabbriche, la nascita del distretto industriale. 

Una manciata di anni, hanno tracciato un destino inevitabile, l'acqua ritrova prima o poi il suo spazio, il corso millenario dei fiumi, anche se modificato, anche a distanza di secoli, se incontra le giuste condizioni, ripercorre il suo antico percorso, con rabbia e violenza si riprende ciò che gli è stato tolto, incurante di cosa incontra nel suo cammino. L'incuranza ed il mancato rispetto, la superbia dell'uomo, la grave colpa di mettere davanti al buon senso, alla ragione, alla stessa nostra sopravvivenza il profitto, il denaro, la speculazione finalizzata al frivolo guadagno presente. Tutto e subito a qualsiasi costo. Altro che "paroni a casa nostra", non è mica casa nostra, siamo solo ospiti che sporcano.

 

Il cemento del Veneto e l’offesa al territorio

di Gian Antonio Stella   02 Dicembre 2013
 

 


[…] Perfino i sindaci leghisti: perfino loro sono saltati su contro il nuovo«Piano Casa» della «loro» Regione Veneto. Che razza di federalismo è se toglie ai sindaci la possibilità di opporsi a eventuali nefandezze e consente a chi vuole non solo di aumentare liberamente la cubatura in deroga ai piani regolatori ma anche di trasferirla, udite udite, in un raggio di 200 metri? Che la crisi pesi sul mattone, per carità, è ovvio. Ma può essere il «vecchio» cemento la soluzione? Per cominciare, un dossier dell’urbanista Tiziano Tempesta dimostra che l’edilizia occupa ancora oggi (dati 2011) l’8,2% degli occupati veneti e cioè un puntoe mezzo più che nell’«Età dell’Oro» degli anni Novanta. Non basta: già oggi il 59,6% dei veneti vivono in ville o villini uni o plurifamiliari contro una media italiana 16 punti più bassa: 42,9%. E abitano per il 64,9% (dati Istat) in case sottoutilizzate: gli altri italiani stanno dieci punti sotto. Di più, dopo la Lombardia il Veneto è la regione più cementificata con l’11,3% del territorio urbanizzato: il triplo della media europea, pari al 4,3%.

Non basta ancora. Quella di Zaia è la prima regione turistica nostrana. E anche nel 2012 ha registrato 15.818.525 arrivi per un totale di 62.351.657 presenze, per quasi il 65% di stranieri. Di fatto, ogni sei pernottamenti in Italia, uno è nel Veneto. Dove i soli stranieri hanno speso l’anno scorso 5 miliardi di euro. Più che in tutto il Sud messo insieme. Vale la pena di mettere a rischio questo patrimonio aggiungendo mattoni, mattoni, mattoni?

No, rispose qualche anno fa l’allora governatore berlusconiano Giancarlo Galan: «Basta col cemento». No, aveva ripetuto un anno fa Luca Zaia: «Nel Veneto si è costruito troppo, non possiamo continuare così. È necessario fermarci. Questo vale per i capannoni industriali, ma a maggior ragione per le abitazioni. È assurdo continuare ad approvare nuove lottizzazioni quando esistono già abbastanza case per tutti».

Zaia ci mette la firma. Ok a Veneto City, centro commerciale da 715mila metri quadrati 

di Ferruccio Sansa (30 dicembre 2011)

E' proprio questo a cui mi riferivo. Una costante presa per il culo. Sapete cos'è Veneto City? Ce lo racconta OpzioneZero, ex rete NO-AR (No Autostrada Romea), un comitato nato per opporsi alla costruzione della Romea Commerciale, che si occupa di molti altri problemi legati alla costruzione selvaggia senza le dovute e corrette valutazioni in ambito di ambiente, clima, territorio, dissesto idrogeologio. Dove sapere infatti che

In materia di Valutazione di Impatto Ambientale, Opzione Zero è l’alternativa che prevede la non realizzazione dell’opera; quell’alternativa che nell’affrontare il problema costringe a ribaltare completamente la prospettiva della “crescita infinita”. Curiosamente, e nonostante la normativa ambientale lo preveda espressamente, l’opzione zero non viene mai presa in considerazione e qualsiasi nuova opera risulta assurdamente “migliorativa” dal punto di vista ambientale. E forse non potrebbe essere diversamente visto che il concetto di “non fare”, di “non costruire” equivale a una bestemmia in un sistema economico i cui unici parametri di riferimento sono diventati il Prodotto Interno Lordo o lo Spread. Invece la leggittima possibilità di non fare un’opera alle volte può significare lo spostamento di risorse economiche decisive per risolvere problemi ben più urgenti e importanti come il dissesto idrogeologico, la bonifica di siti inquinati, la manutenzione del territorio e del patrimonio esistente… ma anche il funzionamento di servizi pubblici essenziali per la vita delle persone come la sanità, i trasporti pubblici, la scuola.

OpzioneZero, descrive in poche parole l'ennesimo scempio:

Operazioni come Veneto City partono da lontano. Gli speculatori immobiliari, ancor prima della progettazione del Passante, avevano già acquisito molti terreni agricoli a prezzi vantaggiosi in seguito convertiti dai Comuni ad altra destinazione d’uso. In questo modo ingenti somme sono state investite in un affare che non poteva non andare a buon fine perché garantito dagli amministratori degli Enti locali con i quali l’operazione è stata
concordata.
Chi, in tutti questi mesi e anni, dal governatore Giancarlo Galan ai sindaci di Dolo, Pianiga e Mirano, passando dall'ex presidente della Provincia Davide Zoggia per finire alla giunta Zaccariotto, ha pubblicamente e ripetutamente garantito che su Veneto City “non esiste alcun progetto preciso”, e Il Terzo Veneto e le New City che “tutto verrà deciso esclusivamente in base al bene e alle esigenze della collettività”, ha, parallelamente, sollecitato la buona riuscita dell'operazione

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I numeri di Veneto City
– 1,6 milioni mq di superficie interessata
– 1,29 milioni mq di superficie di intervento
– nuova stazione FS
– nuovo casello autostradale a Albarea
– nuova viabilità di accesso
– collegamento alla Romea Commerciale
– collegamento alla Camionabile
– collegamento alla tangenziale BS-PD
– collegamento alla bretella TAV per Vigonza
– almeno 70.000 veicoli in più al giorno
– valore dell’opera di circa 2 miliardi di euro

Sulla carta, gli oltre 2 milioni di metri cubi di cemento e vetro potrebbero diventare qualsiasi cosa, le ipotesi avanzate includono, sede degli uffici regionali, un ospedale unico, il polo universitario, polo fieristico, centro ricerche. Di fatto Veneto City è una eorme operazione immobiliare che cancellerà decine di ettari di campagna veneta con la costruzione di un'intera città commerciale di cui, però, nessuno ha ancora chiari i contenuti. L'importante, sembra, è iniziare a costruire. Un altro “non-luogo” che stravolgerà definitivamente l’identità dei nostri paesi inglobandoli in una grande e informe periferia.

venetocityTutta la nuova pianificazione tra Mestre e Padova—al centro VC

 

Consumo di suolo: una spirale perversa

Veneto City è un ottimo esempio per spiegare come si innesca la spirale perversa del consumo di suolo:

Fase 1: si costruiscono nuove arterie autostradali (es. il Passante) che inglobano territori agricoli;

Fase 2: società immobiliari e latifondisti acquistano i terreni attraversati dalla nuova infrastruttura a prezzi molto bassi (es. Veneto City spa);

Fase 3: i terreni da agricoli diventano edificabili con varianti urbanistiche o accordi di programma; in questo modo il loro valore si moltiplica improvvisamente di decine di volte;

Fase 4: vengono costruiti nuovi centri commerciali, direzionali, produttivi (es. Veneto City);

Fase 5: i nuovi insediamenti attraggono nuovo traffico e come soluzione vengono realizzate altre strade che attraversano altre zone agricole (es Romea Commerciale) e via di nuovo.

Insomma, da qualsiasi parte la si guardi, il rischio idrogeologico in cui versa tutto lo stivale e nel particolare il Veneto, è frutto dell'irresponsabilità e della resonsabilità di ogniuno di noi. Una responsabilità a 360 gradi. Dalle villette col garage sotteraneo, alle coltivazioni intensive, ettari di campi spianati, con sistemi che non permettono il naturale assorbimento dell'acqua piovana da parte del terreno, ma al contrario dotati di sistemi di scolo che accelerano enormemente il flusso dell'acqua verso i canali ed i fiumi, con i livelli di questi che dopo una notte di pioggia già fanno paura. Le infrastrutture, dagli invasi che a monte dovrebbero laminare le ondate di piena a valle, dai bacini o casse di espansione che dovrebbero naturalmente sgonfiare il carico di piena che gli argini devono sopportare, la gestione dei letti e degli alvei dei corsi d'acqua, la loro pulizia e bonifica. L'infiltrazione delle cosche mafiose all'interno di appalti e progetti, coadiuvate da imprese locali. Malagestione del territorio. Sono tutti aspetti che caratterizzano non solo il problema del dissesto idrogeologico, ma molti altri aspetti di un territorio divenuto forse troppo in fretta ricco, in termini puramente economici. Diventa pertanto fondamentale l'impegno di tutti affinché la tutela del territorio diventi una priorità, se vogliamo ancora sperare per il futuro.

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Save the Artic

Negli ultimi 30 anni, abbiamo perso tre quarti della calotta di ghiaccio che galleggia in cima al mondo. Per oltre 800 mila anni, il ghiaccio è stata una caratteristica costante del Mar Glaciale Artico. Si sta sciogliendo a causa del nostro uso di energia sporca da fonti fossili, e in un prossimo futuro potrebbe essere privo di ghiaccio per la prima volta da quando gli esseri umani sono sulla Terra. Questo sarebbe devastante non solo per le persone, gli orsi polari, i narvali, i trichechi e altre specie che vi abitano – ma per tutti noi. Il ghiaccio in cima al mondo riflette nello spazio molto del calore del sole, contribuendo così a raffreddare il nostro pianeta, stabilizzando il clima da cui dipendiamo per le coltivare il nostro cibo. Proteggere il ghiaccio significa proteggere tutti noi.desktop_arctic-in-danger

Per salvare l’Artico dobbiamo agire oggi.

Una nuova corsa al petrolio nell’Artico sta per cominciare. Shell, BP, Exxon, Gazprom e gli altri sono pronti a correre il rischio di una devastante fuoriuscita di petrolio nelle acque dell’Artico per sfruttare riserve che valgono tre anni di consumi globali di petrolio. Le stesse aziende dell’energia sporca che per prime hanno causato lo scioglimento dei ghiacci artici ora stanno cercando di trarre profitto da quel disastro. Vogliono aprire la nuova frontiera dell’oro nero per raggiungere un potenziale di 90 miliardi di barili di petrolio. Questo vuol dire un sacco di soldi per loro, ma equivale a soli tre anni di consumi petroliferi per il pianeta. Documenti governativi sin qui segreti dicono che contenere fuoriuscite di petrolio nelle acque del Polo è “quasi impossibile” ed ogni errore si rivelerebbe potenzialmente fatale per il fragile ecosistema artico. Per trivellare nella regione artica, le compagnie petrolifere devono trascinare gli iceberg lontano dai loro impianti e utilizzare enormi tubi idraulici per sciogliere il ghiaccio desktop_STA-what-do-villains-getgalleggiante con acqua calda. Se li lasciamo fare, una catastrofica fuoriuscita di petrolio è solo una questione di tempo. Abbiamo visto i danni terribili causati dai disastri della Exxon Valdez e della Deepwater Horizon – Non possiamo lasciare che ciò accada nell’Artico.

Dobbiamo istituire un divieto di trivellazioni petrolifere nelle acque artiche.

 

 

Flotte industriali di pescherecci stanno cominciando a pescare con reti a strascico nelle acque artiche.

Le comunità locali hanno pescato per migliaia di anni nell’Artico in maniera sostenibile, ma questo potrebbe essere messo a rischio, se lasciamo che le grosse compagnie della pesca sfruttino l’oceano artico.

Abbiamo bisogno di un divieto sulla pesca industriale eccessiva e distruttiva in acque artiche.

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I Paesi artici si stanno preparando per un possibile conflitto sull’Artico.

Come dimostrano le interecettazioni di Wikileaks, gli Stati Uniti hanno parlato di “aumento delle minacce militari nell’Artico” e la Russia prevede “l’intervento armato” in futuro.

La minaccia di una guerra futura nell’Artico è reale. Tutti i Paesi artici stanno comprando sottomarini, aerei da combattimento e navi rompighiaccio a propulsione nucleare per delimitare le loro rivendicazioni con forza. Sia la Russia che la Norvegia hanno annunciato un ‘Battaglione artico’ per difendere i loro interessi nazionali. Insieme con la crescente militarizzazione, sei paesi stanno cercando di appropriarsi delle parti dell’Artico non reclamate – compreso il Polo Nord – come proprio territorio nazionale. Oggi quest’area appartiene a tutti noi. Continuiamo così e istituiamo un santuario globale nell’Alto Artico per tutta le forme vita sulla Terra.

Nessun paese possiede la parte più a nord dell’Artico. Dovrebbe rimanere così.