Piove sul bagnato

Nonostante il sereno non abbia ancora fatto capolino in questi giorni di febbraio, di un inverno insolitamente mite, nonostante siano passati solo pochi giorni dall'allarme alluvione ed i campi siano ancora rigonfi delle incessanti piogge "della merla", tutto ciò non fa più notizia. Come accade ripetutamente in questo paese, ad ogni emergenza, tempestivo come l'intervento della protezione civile, scattano le affermazioni degne della peggior sceneggiatura, di alte cariche dello Stato, dalla loro distanza abissale, che tentano consapevolmente invano di rassicurare le popolazioni coinvolte, di promettere piani ed interventi d'urgenza, di promettere vicinanza, risarcimenti rapidi ed azioni di prevenzione. 

Dopo il danno anche la beffa. Da cosa deriva, secondo loro, il fatto che oltre il 44% degli aventi diritto non si reca a votare, da cosa deriva, secondo loro, l'enorme sfiducia, empatica nel nostro Paese, verso le istituzioni, la Giustizia, l'amministrazione Pubblica?

Mi ricordo molto bene quei giorni del 1996, avevo quasi 14 anni, era il 4 novembre, esattamente 30 anni pralluvioneima, il Veneto, l'Italia fu sconvolta da alluvioni, morte e distruzione. A Motta di Livenza, per quel triste anniversario, sopra La Loggia era stata allestita una mostra fotografica, dove acquistai un libro, con racconti, testimonianze e molte fotografie che illustravano la spaventosa piena "della Livenza", la rottura degli argini e i conseguenti 3 metri e mezzo di acqua che confluireno nell'abitato di Motta, trovando gli abitanti impreparati ed alla fine increduli di fronte alla tragedia che lentamente, dalla frazione vicina di San Giovanni, penetrava le strade, salendo fino a lambire i pavimenti dei primi piani, i tetti delle case situate nelle zone più basse, portando fango, rifiuti, animali vivi e morti, nafta, silenzio e buio.

Ho sempre ritenuto delle incredibili "inesattezze",per usare un eufemismo, le affermazioni sull'eccezionalità di questi fenomeni, intendo le intense precipitazioni che colpiscono per giorni rovesciando in poco tempo enormi quantità di acqua, associate spesso a vento di scirocco, alta marea e difficoltà da parte dei fiumi di riversare alla foce l'enorme piena proveniente da monte. denominate recentemente dall'idiozia giornalistica "bombe d'acqua". Le ritengo per prima cosa quasi un'affermazione di impotenza da parte degli organi responsabili, di fronte a camalità apparentemente prive di colpe legate all'attività dell'uomo, giustificando per altro un continuo ricorrere all'emergenza, per poi evitare tutti quei processi destinati ad opere di intervento che prevengano i fattori di rischio. In secondo luogo, questi fenomeni atmosferici accadono ciclicamente da sempre, anche quel novembre del 1996, dalle finestra della sala della mostra, la piazza centrale del paese, il cielo rigonfio di pioggia e la Livenza, il cui livello di piena già destava preoccupazione. Semplicemente si sono intensificati e colpiscono in periodi "insoliti" e con maggior frequenza a causa del cambiamento climatico, processo causato dall'attività dell'uomo, dall'inquinamento da essa generato, dagli stessi fattori che in America determinano per gli uragani un'intensificazione nel numero e nella velocità dei venti che gli attraversano, che ne provocano un cambiamento del periodo in cui colpiscono e un estendersi delle zone che riescono a raggiungere. Ma se l'attività umana da una parte sta incontrovertibilmente causando forti squilibri climatici, dall'altra ha messo in ginocchio il territorio, con l'urbanizzazione selvaggia, alimentata dalla crescita industriale, dall'abbandono assieme alle campagne, anche del buon senso e di quegli insegnamenti tanto preziosi delle generazioni passate, che della terra ne conoscevano la fatica ed il sapore, del fiume ne rispettavano il corso ed il carico prezioso che esso trasportava, dei vasi comunicanti nè applicavano sapientemente ogni principio senza esser "studiadi". Dell'esperienza facevano buon tesoro, perchè allora, come oggi anche se ce ne siamo dimenticati, significava sopravvivenza.

Mi riferisco alla selvaggia corsa al cemento, basata su previsioni di crescita demografica rivelatasi enormemente falsate, dalla frenetica corsa al mattone, considerato investimento sicuro, la casa, la villa, el capannon coa villa in parte, gli appalti, le regioni, qualcun altro che più in basso scoprirete, chi o cosa sono anni che i governatori dichiarano da una parte, ma alimentano dall'altra la distruzione di un territorio, l'inquinamento di una pianura, che per le caratteristiche di altitudine, latitudine, posizione, fatica a smaltire il carico di inquinanti che riversiamo costantemente nell'atmosfera.

Mi riferisco all'idiozia dei fantasiosi piani regolatori, che trasformano zone agricole in edificabili, in una regione dall'enorme rischio idrogeologico, interi quartieri costruiti sotto il livello del fiume che scorre a pochi metri, case, palazzi, ville con i fantomatici garage sotterranei – "per risparmiar sul cubaggio" – i diséa – "par sparagnar schei" – da una parte e comprar mocio, mastea e autoclavi da chealtra, riparar caldaie e impianti elettrici. Vi siete mai chiesti perchè esistono tante via Palù? Le nostre campagne erano tappezzate da immensi territori paludosi, concentrati ovviamente dove il territorio si avvicinava al mare. Pensate alle zone ad est del centro abitato di Motta di Livenza, oltre il fiume verso Annone Veneto, Portogruaro (il nome vi dice niente?), Concordia, poi verso il mare era una vasta distesa pianeggiante, un terriotiro paludoso, che accoglieva le acque di piena dei fiumi che un tempo non avevano argini. Distese di km allagate da mezzo metro d'acqua. Sono ancora visibili, testimoni di quei tempi, accanto alle porte degli edifici più antichi dell'abitato di Motta, le feritoie che servivano per le agganciare le assi di legno, un modo per difendersi dalle acque che non raggiungevano mai altezze preoccupanti, una situazione con la quale in un certo senso si conviveva. L'innalzamento degli argini, la costruzione di canali, il lungo periodo senza allagamenti, la bonifiica di quelle naturali casse di espansione, la costruzione di paesi, città, fabbriche, la nascita del distretto industriale. 

Una manciata di anni, hanno tracciato un destino inevitabile, l'acqua ritrova prima o poi il suo spazio, il corso millenario dei fiumi, anche se modificato, anche a distanza di secoli, se incontra le giuste condizioni, ripercorre il suo antico percorso, con rabbia e violenza si riprende ciò che gli è stato tolto, incurante di cosa incontra nel suo cammino. L'incuranza ed il mancato rispetto, la superbia dell'uomo, la grave colpa di mettere davanti al buon senso, alla ragione, alla stessa nostra sopravvivenza il profitto, il denaro, la speculazione finalizzata al frivolo guadagno presente. Tutto e subito a qualsiasi costo. Altro che "paroni a casa nostra", non è mica casa nostra, siamo solo ospiti che sporcano.

 

Il cemento del Veneto e l’offesa al territorio

di Gian Antonio Stella   02 Dicembre 2013
 

 


[…] Perfino i sindaci leghisti: perfino loro sono saltati su contro il nuovo«Piano Casa» della «loro» Regione Veneto. Che razza di federalismo è se toglie ai sindaci la possibilità di opporsi a eventuali nefandezze e consente a chi vuole non solo di aumentare liberamente la cubatura in deroga ai piani regolatori ma anche di trasferirla, udite udite, in un raggio di 200 metri? Che la crisi pesi sul mattone, per carità, è ovvio. Ma può essere il «vecchio» cemento la soluzione? Per cominciare, un dossier dell’urbanista Tiziano Tempesta dimostra che l’edilizia occupa ancora oggi (dati 2011) l’8,2% degli occupati veneti e cioè un puntoe mezzo più che nell’«Età dell’Oro» degli anni Novanta. Non basta: già oggi il 59,6% dei veneti vivono in ville o villini uni o plurifamiliari contro una media italiana 16 punti più bassa: 42,9%. E abitano per il 64,9% (dati Istat) in case sottoutilizzate: gli altri italiani stanno dieci punti sotto. Di più, dopo la Lombardia il Veneto è la regione più cementificata con l’11,3% del territorio urbanizzato: il triplo della media europea, pari al 4,3%.

Non basta ancora. Quella di Zaia è la prima regione turistica nostrana. E anche nel 2012 ha registrato 15.818.525 arrivi per un totale di 62.351.657 presenze, per quasi il 65% di stranieri. Di fatto, ogni sei pernottamenti in Italia, uno è nel Veneto. Dove i soli stranieri hanno speso l’anno scorso 5 miliardi di euro. Più che in tutto il Sud messo insieme. Vale la pena di mettere a rischio questo patrimonio aggiungendo mattoni, mattoni, mattoni?

No, rispose qualche anno fa l’allora governatore berlusconiano Giancarlo Galan: «Basta col cemento». No, aveva ripetuto un anno fa Luca Zaia: «Nel Veneto si è costruito troppo, non possiamo continuare così. È necessario fermarci. Questo vale per i capannoni industriali, ma a maggior ragione per le abitazioni. È assurdo continuare ad approvare nuove lottizzazioni quando esistono già abbastanza case per tutti».

Zaia ci mette la firma. Ok a Veneto City, centro commerciale da 715mila metri quadrati 

di Ferruccio Sansa (30 dicembre 2011)

E' proprio questo a cui mi riferivo. Una costante presa per il culo. Sapete cos'è Veneto City? Ce lo racconta OpzioneZero, ex rete NO-AR (No Autostrada Romea), un comitato nato per opporsi alla costruzione della Romea Commerciale, che si occupa di molti altri problemi legati alla costruzione selvaggia senza le dovute e corrette valutazioni in ambito di ambiente, clima, territorio, dissesto idrogeologio. Dove sapere infatti che

In materia di Valutazione di Impatto Ambientale, Opzione Zero è l’alternativa che prevede la non realizzazione dell’opera; quell’alternativa che nell’affrontare il problema costringe a ribaltare completamente la prospettiva della “crescita infinita”. Curiosamente, e nonostante la normativa ambientale lo preveda espressamente, l’opzione zero non viene mai presa in considerazione e qualsiasi nuova opera risulta assurdamente “migliorativa” dal punto di vista ambientale. E forse non potrebbe essere diversamente visto che il concetto di “non fare”, di “non costruire” equivale a una bestemmia in un sistema economico i cui unici parametri di riferimento sono diventati il Prodotto Interno Lordo o lo Spread. Invece la leggittima possibilità di non fare un’opera alle volte può significare lo spostamento di risorse economiche decisive per risolvere problemi ben più urgenti e importanti come il dissesto idrogeologico, la bonifica di siti inquinati, la manutenzione del territorio e del patrimonio esistente… ma anche il funzionamento di servizi pubblici essenziali per la vita delle persone come la sanità, i trasporti pubblici, la scuola.

OpzioneZero, descrive in poche parole l'ennesimo scempio:

Operazioni come Veneto City partono da lontano. Gli speculatori immobiliari, ancor prima della progettazione del Passante, avevano già acquisito molti terreni agricoli a prezzi vantaggiosi in seguito convertiti dai Comuni ad altra destinazione d’uso. In questo modo ingenti somme sono state investite in un affare che non poteva non andare a buon fine perché garantito dagli amministratori degli Enti locali con i quali l’operazione è stata
concordata.
Chi, in tutti questi mesi e anni, dal governatore Giancarlo Galan ai sindaci di Dolo, Pianiga e Mirano, passando dall'ex presidente della Provincia Davide Zoggia per finire alla giunta Zaccariotto, ha pubblicamente e ripetutamente garantito che su Veneto City “non esiste alcun progetto preciso”, e Il Terzo Veneto e le New City che “tutto verrà deciso esclusivamente in base al bene e alle esigenze della collettività”, ha, parallelamente, sollecitato la buona riuscita dell'operazione

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I numeri di Veneto City
– 1,6 milioni mq di superficie interessata
– 1,29 milioni mq di superficie di intervento
– nuova stazione FS
– nuovo casello autostradale a Albarea
– nuova viabilità di accesso
– collegamento alla Romea Commerciale
– collegamento alla Camionabile
– collegamento alla tangenziale BS-PD
– collegamento alla bretella TAV per Vigonza
– almeno 70.000 veicoli in più al giorno
– valore dell’opera di circa 2 miliardi di euro

Sulla carta, gli oltre 2 milioni di metri cubi di cemento e vetro potrebbero diventare qualsiasi cosa, le ipotesi avanzate includono, sede degli uffici regionali, un ospedale unico, il polo universitario, polo fieristico, centro ricerche. Di fatto Veneto City è una eorme operazione immobiliare che cancellerà decine di ettari di campagna veneta con la costruzione di un'intera città commerciale di cui, però, nessuno ha ancora chiari i contenuti. L'importante, sembra, è iniziare a costruire. Un altro “non-luogo” che stravolgerà definitivamente l’identità dei nostri paesi inglobandoli in una grande e informe periferia.

venetocityTutta la nuova pianificazione tra Mestre e Padova—al centro VC

 

Consumo di suolo: una spirale perversa

Veneto City è un ottimo esempio per spiegare come si innesca la spirale perversa del consumo di suolo:

Fase 1: si costruiscono nuove arterie autostradali (es. il Passante) che inglobano territori agricoli;

Fase 2: società immobiliari e latifondisti acquistano i terreni attraversati dalla nuova infrastruttura a prezzi molto bassi (es. Veneto City spa);

Fase 3: i terreni da agricoli diventano edificabili con varianti urbanistiche o accordi di programma; in questo modo il loro valore si moltiplica improvvisamente di decine di volte;

Fase 4: vengono costruiti nuovi centri commerciali, direzionali, produttivi (es. Veneto City);

Fase 5: i nuovi insediamenti attraggono nuovo traffico e come soluzione vengono realizzate altre strade che attraversano altre zone agricole (es Romea Commerciale) e via di nuovo.

Insomma, da qualsiasi parte la si guardi, il rischio idrogeologico in cui versa tutto lo stivale e nel particolare il Veneto, è frutto dell'irresponsabilità e della resonsabilità di ogniuno di noi. Una responsabilità a 360 gradi. Dalle villette col garage sotteraneo, alle coltivazioni intensive, ettari di campi spianati, con sistemi che non permettono il naturale assorbimento dell'acqua piovana da parte del terreno, ma al contrario dotati di sistemi di scolo che accelerano enormemente il flusso dell'acqua verso i canali ed i fiumi, con i livelli di questi che dopo una notte di pioggia già fanno paura. Le infrastrutture, dagli invasi che a monte dovrebbero laminare le ondate di piena a valle, dai bacini o casse di espansione che dovrebbero naturalmente sgonfiare il carico di piena che gli argini devono sopportare, la gestione dei letti e degli alvei dei corsi d'acqua, la loro pulizia e bonifica. L'infiltrazione delle cosche mafiose all'interno di appalti e progetti, coadiuvate da imprese locali. Malagestione del territorio. Sono tutti aspetti che caratterizzano non solo il problema del dissesto idrogeologico, ma molti altri aspetti di un territorio divenuto forse troppo in fretta ricco, in termini puramente economici. Diventa pertanto fondamentale l'impegno di tutti affinché la tutela del territorio diventi una priorità, se vogliamo ancora sperare per il futuro.

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San Martino

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Ci siamo lasciati alle spalle la veloce, adottata festa pagana di Halloween, per addentrarci in un periodo che non molti hanni fa, quasi giungendo con macabra ironia dopo le festività dei morti e dei Santi, segnava per la maggior parte delle famiglie del territorio Veneto, il proseguimento della faticosa e magra vita del mezzadro, con la sicurezza perlomeno di un tetto sotto il quale vivere, o la dura realtà di una vita sotto i ponti in attesa di un altro terreno da poter coltivare per conto di un'altro padrone. Con l'estadea de San Martin infatti, arrivava l'annuale appuntamento con il rinnovo dei contratti agricoli, i mezzadri aspettavano impotenti di conoscere il loro destino.                                        

Finito il tempo dei mezzadri, perlomeno nella forma e nel contenuto, "padroni e servitori" hanno mutato radicalmente faccia, anzi sono diventati espressione di una società legata profondamente alla fatica ed al lavoro, slegata anzitempo dalle proprie origini, dalle proprie tradizioni, dalla propria terra. Annebbiata per così dire, in un territorio dove la nebbia in certe giornate proprio in questo particolare periodo autunnale, si alterna alla pioggia, una nebbia capace di cancellare l'orizzonte, la sottile linea che divide cielo e asfalto, nuvole e capannoni, qui in Veneto.

Ora quando giunge il vento di scirocco, e le giornate acquistano una strano tepore, in netto contrasto con le corte giornate ed il calendario, la tradizione rivive nel sapore, nel gusto di quei piatti poveri, il novello ad innafiare le gole, castagne, "radici", "a zuca", "oca in onto","risotto ai sciopeti" e così via potrei iniziare a sbavare sulla tastiera, pertanto mi fermo qui. Ad ogni modo rivive fortunatamente negli ultimi anni il desiderio di riscoprire le tradizioni e la storia da cui questi piatti derivano, forse perchè sentiamo quel periodo "povero" più vicino di prima, non lo so, ad ogni modo un esempio lampante averrà domani sera, domenica 10 novembre ad Arfanta di Tarzo, presso l'agriturismo "Le Noci". Accastorta Folk'n'Roll Band e Simone Menegaldo, dopo una breve pausa ottobrina, presentano "El scòmio de San Martin", teatro concerto sul mondo veneto dalla mezzadria al boom economico. Potete trovare tutte le informazioni sulla pagina eventi del nostro sito.gigi miracol

 

 

Ma la nostra giornata inizia molto prima, preso Colle Umberto, Case Buffoni "Spetando San Martin" con Gigi Miracol e Luigi Antonioli, con Radio Zastava, Do'Storieski, Francesca Gallo, oltre a poeti, saltimbanchi, sputafuoco, assolutamente da non perdere. Vin novo, pan e formaio, l'allegria e lo spirito di un sacco di bella gente, per ricordarci a tutti che al di là del lavoro, della crisi, della rabbia, c'è la vita di ogni singoli individuo ed il suo relazionarsi con gli altri. Senza filtri.

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Addio Lou

E così se ne va un altro protagonista della musica che ha saputo rimanere protagonista a partire dagli anni settanta ad oggi, un'altra leggenda, cantautore, polistrumentista, poeta scrive Wikipedia.

Tutti lo conoscono e lo conosceranno sempre e semplicemente come Lou Reed.

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Lou Reed morto a 71 anni, addio all’ex cantante dei Velvet Underground

La rock star di Brooklyn aveva subito un trapianto al fegato nel maggio scorso, dopo una vita vissuta a cento all’ora tra eccessi e grande musica, da "Walk on the wild side" a "Perfect day"

Settantuno anni, una vita vissuta a cento all’ora tra eccessi e grande musica: Lou Reed, ex leader del Velvet Underground e uno dei più grandi innovatori del rock negli ultimi decenni, è morto. Il suo agente, Andrew Wylie, ha spiegato che il decesso è dovuto a una malattia legata al recente trapianto di fegato, al quale la leggenda del rock si era sottoposta a maggio scorso. La sua carriera era cominciata negli anni Sessanta, come frontman dei Velvet Underground, miscelando sapientemente suggestioni diverse per dare vita al rock alternativo, glam e punk che lo ha trasformato in una delle leggende della musica mondiale.

Newyorkese di Brooklyn, Lou Reed ha vissuto la scena della Grande Mela al fianco di altri grandi personaggi del tempo, primo fra tutti quell’Andy Warhol che produsse il primo disco dei Velvet Underground nel 1967. Era il “banana album”, chiamato così per la banana della copertina disegnata dallo stesso Warhol, uno dei segni iconici di quella cultura pop e underground (ossimoro che Warhol aveva reso solo apparente) di New York che andava crescendo attorno alla figura del pittore di Pittsburgh. Sarà breve, la vita dei Velvet Underground, ma in quei pochi anni Lou Reed e soci erano riusciti a unire il rock alle vicende urbane di una New York peccaminosa e fuori dalle regole della società americana di allora, persa com’era tra droghe e sperimentalismi sessuali di ogni genere.

Messa da parte l’esperienza di gruppo, negli anni Settanta Reed torna prepotentemente sulla scena grazie all’aiuto di David Bowie, che proprio a Reed si era ispirato al suo esordio. Il Duca Bianco produce Transformer, l’album del 1972 all’interno del quale trovano spazio alcuni dei pezzi più belli di tutta la carriera di Lou, e sicuramente i più conosciuti dal pubblico: Perfect Day (tornata alla ribalta nel 1996 grazie alla colonna sonora di Trainspotting), Satellite of love, Vicious e Walk on the wild side. Grazie al successo commerciale di Transformer, Reed può permettersi di sperimentare nuove vie musicali nei dischi successivi (a cominciare da Berlin, un concept album difficile ma con sprazzi di grande musica).

Nel frattempo, continua la sua forte dipendenza alle metanfetamine. Un altro grande album è New York, del 1989, che pone fine a una pausa di qualche anno. Pare sia stata la morte di Andy Warhol, nel 1987, a spingerlo a tornare alla musica, per raccontare nel migliore dei modi la sua città, la città degli anni d’oro della Factory. Ma è Songs for Drella (1990), il vero album dedicato a Warhol, scritto a quattro mani con l’ex compagno dei Velvet Underground John Cale. Negli anni Novanta, Lou Reed è ormai una leggenda della musica mondiale, e può permettersi in un certo senso di campare di rendita.

Nel 1996, il film Trainspotting rilancia in grande stile la sua canzone più nota, Perfect Day, della quale nel 1997 il cantante ha realizzato una versione con altri grandi artisti inglesi per raccogliere fondi per l’Unicef (e vendendo un milione di copie). Negli ultimi anni, Lou Reed ha dovuto pagare lo scotto degli eccessi di una vita, fino al trapianto di fegato dello scorso maggio. A luglio, poi, era stato ricoverato per una grave forma di disidratazione. Oggi, infine, la morte di un simbolo della controcultura rock del XX secolo, parte integrante di un momento glorioso e drammatico allo stesso tempo della musica, tra produzioni leggendarie e momenti di irrefrenabile autodistruzione.

di Domenico Naso

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Don Albino Bizzotto

Don Albino Bizzotto è un presbitero cattolico italiano, fondatore dell'associazione "Beati i Costruttori di Pace". don albino

Ordinato sacerdote nel 1963, durante gli anni ottanta visita alcuni paesi dell'America Latina, che segneranno il suo percorso pastorale e le sue idee politico/sociali. Emarginato dalle gerarchie e amato dai poveri, diventa punto di riferimento insieme a don Tonino Bello del pacifismo italiano.

Ordinato sacerdote nel 1963, durante gli anni ottanta visita alcuni paesi dell'America Latina, che segneranno il suo percorso pastorale e le sue idee politico/sociali. Emarginato dalle gerarchie e amato dai poveri, diventa punto di riferimento insieme a don Tonino Bello del pacifismo italiano.

È anche sua l'iniziativa di fondare e dirigere la locale trasmittente radiofonica "Radio Cooperativa" che trasmette da Padova coprendo quasi tutto il triveneto, definendosi come una radio di "contro informazione".

 

Ernesto Milanesi dalle pagine de "Il Manifesto" lo racconta così all'interno dell'articolo "Albino Bizzotto, un Prete contro tutte le bombe", del 6 agosto 2005.

[…] Don Albino nasce a Cassola (Vicenza) nel 1939 da una famiglia contadina. Fin da bambino sente la vocazione, tant'e' che a soli 23 anni e' gia' prete diocesano. A Padova, insegna religione alle superiori: al liceo artistico di via Canal, scuola senza nome e con la fama di "covo anarchico", diventa l'interlocutore preferito di una generazione di ragazzi che al talento abbinano la rabbia. Don Albino tiene sempre la porta aperta nel piccolo appartamento che si affaccia su piazza dei Frutti. Casa di tutti nella stagione degli anni di piombo. Un via vai infinito di gente che aggiunge una sedia spaiata o discute stappando l'ultima bottiglia in comune. In Curia, quel prete troppo disponibile con i ragazzi e che si espone pubblicamente perfino sul referendum sull'aborto proprio non piace. E dal vescovo partira' un provvedimento disciplinare dopo l'altro: addio insegnamento, stipendio e pensione; la pecora nera sconta l'emarginazione della Chiesa ufficiale; in compenso, don Albino viene adottato dalle comunita' di base, cattoliche e non. […]

e prima ancora lo definisce così:

Un prete strano, fuori dal comune. Un uomo mite che, con coraggio, offre un contraltare all'indifferenza. Un pacifista radicalmente nonviolento: da sempre. Un testimone di frontiera. Una vita spesa, da un quarto di secolo, per gli ultimi. Un simbolo, perfino suo malgrado. Don Albino Bizzotto e' la figura che coincide ed incarna "Beati i costruttori di pace", il movimento di base esploso dentro la Chiesa del Triveneto nel 1985 e ancora in prima fila contro ogni guerra. Don Albino in questi giorni, frenetici come sempre, sta preparando le manifestazioni per i 60 anni dell'esplosione dell'atomica ad Hiroshima e Nagasaki. "Facciamo tutto con lo stesso spirito di condivisione e volontariato, che ci aveva spinto a marciare da Vicenza a Longare contro le testate nucleari e poi fino al 'campo' di Comiso. Ci ostiniamo a difendere la speranza, a denunciare gli squilibri del mondo, a costruire ponti al posto delle trincee", spiega concitato fra una telefonata, una riunione, una pedalata e una preghiera. Don Albino lo conoscono tutti come l'animatore instancabile dei "Beati", ma nessuno lo ha mai piegato a tradire la sua missione. E' fatto a modo suo. E non cambia piu'. "Predicava" le ragioni della pace dai microfoni di Radio Gamma5 senza concessioni alle nostalgie staliniste dei seguaci del generale Pasti. E' saltato sui binari ferroviari, quand'e' scoppiata la guerra globale, anche se continua a preferire don Milani ai Disobbedienti. Adesso rilancia la battaglia contro il nucleare militare, nonostante la sua Chiesa abbia espunto la teologia della liberazione. Un prete scomodo. Un uomo convertito. […]

La sua figura, come quella di tanti altri "servi di Cristo", rappresenta a pieno i principi ispiratori della religione cattolica e cristiana, soprattutto per la loro estrema umanità, a mio parere troppo detestata dai teologi conservatori (tra i quali lo stesso Papa uscente), addirittura forse considerata una debolezza. Infatti da loro la Chiesa di Roma prende le distanze. Ora eviterò consapevolmente di addentrarmi su un tema così delicato, non tanto per l'eterno enigma della fede, nè tanto meno per l'evidente contraddizione tra i dogmi imprenscindibili della religione "occidentale" e lo stile poco coerente della vita e delle dispute temporali dei più alti rappresentanti del clero Vaticano, per non parlare dello IOR e via discorrendo, ma in quanto il conflitto spirituale ha occupato, anzi occupa inevitabilmente parte della mia vita, del mio agire quotidiano, avendo fin da piccolo seguito lo stesso percorso, chiamiamolo tradizionale della maggior parte dei miei conterranei, crescendo attraverso i sacramenti, il catechismo, ecc., ecc. Poi si cresce, la scuola in parte e la vita per il resto, nel mio caso hanno aperto gli occhi, pur non rinnegando il percorso passato, pur sapendo della naturale propensione dell'uomo nel credere nel divino e nella straordinaria opera della religione nell'accogliere questa debolezza, credo di riuscirere oggi a credere maggiormente in persone come don Albino Bizzotto, piuttosto che padre Alex Zanotelli, Don Ciotti, che a qualsiasi dottrina o credo ispirato.

Questo non significa che il mio conflitto sia superato, il solo pensiero che questi uomini e le loro azioni, siano ispirate dalla stessa religione con la quale sono cresciuto e dalla quale mi sono separato, bè mi ricorda che il viaggio è ancora lungo.

Ma ritornando a don Albino, ho voluto aprire questa categoria dedicata a personaggi che personalmente consideriamo di rilievo, rispetto ad altri anche per sottolineare l'impegno e l'amore di quest'uomo per la sua terra. Il 16 agosto di quest'anno il parroco ha iniziato un digiuno «per denunciare il degrado ambientale e il malaffare che si cela dietro le cosiddette grandi opere  del Veneto». Di seguito la prima parte di un'intervista dove lo stesso Albino spiega le ragioni

 

 

Di seguito uno stralcio dell'intervento fatto il 3 settembre scorso davanti al Consiglio Regionale del Veneto, don Albino denuncia lo stato attuale della Terra ed in particolar modo del nostro Paese, della nostra regione. Se non ci imponiamo drasticamente un cambio di rotta, i danni prodotti fino ad oggi dall'uomo sull'ambiente saranno ben poca cosa dal futuro che ti attende. Il resto del discorso potete leggerlo cliccando il link sottostante.

Il 20 agosto scorso l’umanità ha esaurito le risorse naturali che aveva a disposizione
per l’intero 2013; in meno di 8 mesi sono state consumate le riserve di cibo (vegetale
e animale), acqua e materia prime che sarebbero dovute bastare fino al 31 dicembre,
immettendo nell’ambiente (suolo, fiumi, mari, atmosfera) una quantità di rifiuti e inquinanti
superiore alla capacità di smaltimento del pianeta.
Questi dati, probabilmente noti a molti di voi, li sentite come una notizia pur importante
o come una emergenza reale? E se è vera emergenza va affrontata direttamente e
subito, o dobbiamo aspettare che tutti siano d’accordo per partire?
Quelli forniti non sono sentimenti, sono dati. Questo mondo in cui siamo cresciuti è
finito, la crisi sta imprimendo un velocità imprevedibile. Qualcuno pensa che in qualche
modo la crescita sarà una via d’uscita? Questa crisi non è solo economico – finanziaria,
è entropica.
Il pianeta così come stanno le cose, oggettivamente non ce la fa più
.

Intervento al Consiglio Regionale Veneto

Save the Artic

Negli ultimi 30 anni, abbiamo perso tre quarti della calotta di ghiaccio che galleggia in cima al mondo. Per oltre 800 mila anni, il ghiaccio è stata una caratteristica costante del Mar Glaciale Artico. Si sta sciogliendo a causa del nostro uso di energia sporca da fonti fossili, e in un prossimo futuro potrebbe essere privo di ghiaccio per la prima volta da quando gli esseri umani sono sulla Terra. Questo sarebbe devastante non solo per le persone, gli orsi polari, i narvali, i trichechi e altre specie che vi abitano – ma per tutti noi. Il ghiaccio in cima al mondo riflette nello spazio molto del calore del sole, contribuendo così a raffreddare il nostro pianeta, stabilizzando il clima da cui dipendiamo per le coltivare il nostro cibo. Proteggere il ghiaccio significa proteggere tutti noi.desktop_arctic-in-danger

Per salvare l’Artico dobbiamo agire oggi.

Una nuova corsa al petrolio nell’Artico sta per cominciare. Shell, BP, Exxon, Gazprom e gli altri sono pronti a correre il rischio di una devastante fuoriuscita di petrolio nelle acque dell’Artico per sfruttare riserve che valgono tre anni di consumi globali di petrolio. Le stesse aziende dell’energia sporca che per prime hanno causato lo scioglimento dei ghiacci artici ora stanno cercando di trarre profitto da quel disastro. Vogliono aprire la nuova frontiera dell’oro nero per raggiungere un potenziale di 90 miliardi di barili di petrolio. Questo vuol dire un sacco di soldi per loro, ma equivale a soli tre anni di consumi petroliferi per il pianeta. Documenti governativi sin qui segreti dicono che contenere fuoriuscite di petrolio nelle acque del Polo è “quasi impossibile” ed ogni errore si rivelerebbe potenzialmente fatale per il fragile ecosistema artico. Per trivellare nella regione artica, le compagnie petrolifere devono trascinare gli iceberg lontano dai loro impianti e utilizzare enormi tubi idraulici per sciogliere il ghiaccio desktop_STA-what-do-villains-getgalleggiante con acqua calda. Se li lasciamo fare, una catastrofica fuoriuscita di petrolio è solo una questione di tempo. Abbiamo visto i danni terribili causati dai disastri della Exxon Valdez e della Deepwater Horizon – Non possiamo lasciare che ciò accada nell’Artico.

Dobbiamo istituire un divieto di trivellazioni petrolifere nelle acque artiche.

 

 

Flotte industriali di pescherecci stanno cominciando a pescare con reti a strascico nelle acque artiche.

Le comunità locali hanno pescato per migliaia di anni nell’Artico in maniera sostenibile, ma questo potrebbe essere messo a rischio, se lasciamo che le grosse compagnie della pesca sfruttino l’oceano artico.

Abbiamo bisogno di un divieto sulla pesca industriale eccessiva e distruttiva in acque artiche.

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I Paesi artici si stanno preparando per un possibile conflitto sull’Artico.

Come dimostrano le interecettazioni di Wikileaks, gli Stati Uniti hanno parlato di “aumento delle minacce militari nell’Artico” e la Russia prevede “l’intervento armato” in futuro.

La minaccia di una guerra futura nell’Artico è reale. Tutti i Paesi artici stanno comprando sottomarini, aerei da combattimento e navi rompighiaccio a propulsione nucleare per delimitare le loro rivendicazioni con forza. Sia la Russia che la Norvegia hanno annunciato un ‘Battaglione artico’ per difendere i loro interessi nazionali. Insieme con la crescente militarizzazione, sei paesi stanno cercando di appropriarsi delle parti dell’Artico non reclamate – compreso il Polo Nord – come proprio territorio nazionale. Oggi quest’area appartiene a tutti noi. Continuiamo così e istituiamo un santuario globale nell’Alto Artico per tutta le forme vita sulla Terra.

Nessun paese possiede la parte più a nord dell’Artico. Dovrebbe rimanere così.

Fahrenheit 9/11

Voglio iniziare questo spazio dedicato alle inchieste sui più gravi fatti accaduti nella storia più recente dell’uomo, con l’episodio più eclatante e sconvolgente, che ci ha catapultati nel XXI° secolo attraverso un’enorme inganno, perpetrato dall’allora presidente Bush e dal governo repubblicano, insediatosi alla Casa Bianca attraverso brogli elettorali (per la serie partire con il piede giusto). Qui ahìnoi non si tratta di teorie del complotto, U.F.O o storie alla Cazzenger, ma di profonde verità tenute nascoste, di migliaia di sacrifici umani, immolati sull’altare del petrolio.

Ho scelto di introdurre questo tenebroso capitolo con il celebre film di Michael Moore, “Fahrenheit 9/11”, ma potete accedere ad altri contenuti sull’attacco dell’11 settembre 2001, attraverso i link postati alla fine di questo articolo, dal documentario “Loose Change” a “911 Mysteries” , al sito dell’istituto di ricerca di Washington con fondatori Cheney e Rumsfield intitolato “Progetto per  il Nuovo Secolo Americano”, che racchiude nella dottrina che rappresenta, tre idee di fondo:

  • “la leadership americana è un bene sia per l’America che per il resto del mondo”

  • “questa leadership richiede forza militare, energia diplomatica e affidamento a principi morali”

  • “troppo pochi leader politici oggi stanno preparando la leadership globale

incoraggiante, non trovate?

http://www.youtube.com/watch?v=vFb2rjYM87g&list=PL9788CF70B66A167A

Anche ammettendo che il crollo delle torri 1 e 2 e del WTC7, edifici costruiti con solido acciaio e cemento, progettati per resistere a più di uno schianto di un Boeing 707, bushsia avvenuto a seguito dello schianto dei due 757, evento mai successo prima ed attualmente verificatosi solo quel giorno, accettando che gli altri 2 aerei si siano completamente polverizzati schiantandosi sul Pentagono e a Shanksville, è naturale chiedersi come sia avvenuto che la nazione più potente dal punto di vista militare e tecnologico, gli Stati Uniti, abbia aspettato così a lungo per reagire secondo il protocollo, al dirottamento del primo aereo e poi del secondo, del terzo e del quarto, facendo colpire da 3 aerei commerciali, tre degli edifici più sorvegliati al mondo. Molte associazioni, tra cui The 9/11 Truth Movement, Rethink 911, aspettano ancora risposte soddisfacenti ed in un unica parola, la verità, che la commissione per i fatti accaduti quel giorno, non ha certo documentato e rivelato. Troppe domande senza risposta, conclusioni che vanno oltre il buon senso e le prove fornite, le testimonianze dei presenti, dei pompieri, di esperti docenti e scienziati interpellati.

Guardate i contributi video e traete le Vs. conclusioni.

Loose Change

911 Mysteries

 

9_11_jumpers

 

L’estate sta finendo

Finalmente il nostro sito è di nuovo a regime, o quasi, abbiamo ahìnoi un normalissimo e comunissimo attacco da parte di malware e merdaccia simile, ma anche se c’è voluto un bel po’, ora il nostro spazio web è completamente “guarito”. Possiamo quindi ripartire da qui, o meglio da zero, infatti ci ripresentiamo al grande pubblico in veste un po’ spoglia, aggiorneremo le pagine arricchendole giorno dopo giorno, anche grazie ai vostri contributi, infatti avrete sempre la possibilità di iscrivervi ed essere sempre aggiornati comodamente attraverso l’indirizzo mail che ci indicherete, news, eventi in programma, concerti, tutte le novità della band e dei suoi protagonisti, i nuovi post del Bloggasorta, i commenti e tanto ancora. Non vi resta che venirci a trovare.

L’estate purtroppo sta finendo, un anno se ne va, ecc. ecc.. E’ stata una stagione piena di appuntamenti, le date del Bonobotour2013 con la presentazione del nostro nuovo album Spigoli Vivi, l’esperienza de “El scòmio de San Martin” che continuerà anche durante tutto l’autunno, la splendida partecipazione al Cleto Festival in Calabria, tante visi, tante sensazioni, insomma un’estate con la E maiuscola, al meno per gli Accastorta!